Prima è stata la volta dei prodotti alimentari europei, per alleggerire le catene di approvvigionamento e ridurre l’impatto climatico dei trasporti. Poi si è aperto il dibattito sulla necessità di alternative etiche ai servizi offerti da società collegate a eserciti e governi coinvolti in conflitti. Ora l’attenzione si sposta sui social network, con la registrazione da parte della Commissione europea dell’iniziativa “European Public Social Network”.
Si tratta di un’Iniziativa dei cittadini europei (ICE) che mira a creare “un’alternativa alle piattaforme attuali” concepita come “un servizio per la società”, finanziato direttamente dai cittadini e sottoposto al loro controllo. L’obiettivo dichiarato è costruire uno spazio digitale imparziale, sottratto alle pressioni politiche e agli interessi commerciali, capace di garantire i diritti fondamentali degli utenti.
Nel testo di presentazione, a prima firma del ceco Lukáš Mikulecky, si sostiene che l’attuale ecosistema dei social media presenti carenze strutturali tali da mettere in discussione principi essenziali delle democrazie europee. Sul mercato dell’Unione, osservano, non esiste una rete sociale pubblica e i cittadini dipendono quasi esclusivamente da piattaforme private, perlopiù non europee.
Tali piattaforme, secondo i promotori, espongono gli utenti a disinformazione, misinformazione e contenuti manipolatori che alimentano paura e polarizzazione, distorcendo la percezione della realtà sociale. La presenza di miliardi di account falsi sulle principali reti renderebbe inoltre difficile verificare l’identità degli interlocutori, aumentando il rischio di frodi online, un fenomeno aggravato dall’uso sempre più sofisticato dell’intelligenza artificiale. A ciò si aggiunge la gestione dei dati personali: spesso condivisi con terzi sulla base di condizioni contrattuali complesse e poco trasparenti, dati che dovrebbero essere protetti e mai oggetto di commercializzazione.
Pur accogliendo positivamente il Digital Services Act, i promotori ritengono che la sola regolamentazione delle piattaforme private non sia sufficiente a garantire uno spazio digitale realmente sicuro, libero e trasparente. Da qui la proposta di una soluzione strutturale: la creazione di una nuova entità dell’Unione incaricata di gestire una piattaforma sociale pubblica a livello europeo.
L’iniziativa si fonda in particolare sugli articoli 114, 174 e 175 TFUE, sostenendo che il mercato interno delle piattaforme di comunicazione presenta fallimenti che compromettono indipendenza e pluralismo, che la frammentazione normativa tra Stati membri può essere aggravata senza un intervento comune, che la mancanza di trasparenza algoritmica e le interferenze di attori esterni possono danneggiare il mercato interno e la coesione dell’Unione e che la disinformazione accentua le disuguaglianze socio-economiche e territoriali.
Secondo la Commissione europea, l’iniziativa soddisfa le condizioni formali per essere sottoposta alla raccolta firme. L’esecutivo europeo potrà valutarne il merito ed eventualmente decidere se presentare una proposta legislativa qualora vengano raccolte almeno un milione di sottoscrizioni provenienti da almeno sette Stati membri.
A una prima lettura, sorgono alcuni dubbi riguardo la governance del social media e il metodo di finanziamento. Secondo i promotori, l’imparzialità verrebbe garantita da organi di supervisione indipendenti eletti dal Parlamento europeo e dal Consiglio. La piattaforma sarebbe poi sviluppata da soggetti qualificati, come imprese o università, e finanziata indirettamente dai cittadini europei, con garanzie nel bilancio dell’Unione europea.
C’è da chiedersi innanzitutto quanto potrebbe essere realmente “indipendente” un organismo i cui membri sono designati da istituzioni politiche e quali meccanismi concreti impedirebbero che le nomine riflettano equilibri partitici o maggioranze contingenti. Inoltre, chi e in base a quali criteri selezionerebbe gli sviluppatori? E sul piano economico, si potrebbe davvero garantire nel tempo l’autonomia finanziaria senza ricorrere a forme di pubblicità o a ulteriori stanziamenti pubblici?
In definitiva, se l’obiettivo dichiarato è costruire uno spazio digitale realmente imparziale, sicuro e indipendente, restano aperte questioni cruciali sulla concreta architettura istituzionale e sulla sostenibilità economica del progetto. Toccherà alla Commissione esprimersi nuovamente, se verrà raggiunto l’obiettivo delle firme.

